Friedrich Hölderlin – il poeta dei fiumi, dei fiori e degli alberi – esprime apertamente la sua sfiducia non solo verso la società in generale, ma anche verso il linguaggio: gli uomini credono di conoscere le cose perché le designano con nomi convenzionali, opinabili. Per il poeta esiste, invece, un linguaggio più profondo e appassionato, quello della natura stessa. In Quando ero ragazzo assicura: «Io capivo il silenzio dell’Etere / non ho mai capito le parole degli uomini». Si vivono momenti magici, quando tra le fronde stormenti degli alberi scende la luce dell’Etere, percepito come un nume misterioso: in quei momenti di forte intensità e dolcezza si sente alitare l’anima dell’universo e svanisce la distanza tra l’uomo e il divino. Già dal tempo degli studi teologici Hölderlin una cosa rifiutava decisamente: diventare pastore di una ristretta parrocchia di fedeli. Si considerava, ed era, qualcosa di molto diverso: sacerdote della divinità della natura.
Gli alberi e l’etere
Ma a noi non è dato
riposare in alcun luogo,
passano soffrendo gli uomini,
precipitano ciecamente
da un’ora all’altra,
come l’acqua lanciata
di scoglio in scoglio
lungo gli anni
laggiù nell’ignoto.
Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) entra nello Stift di Tubinga, il collegio universitario riservato agli studenti protestanti di teologia, nel 1788. Termina gli studi e diventa precettore presso diverse famiglie facoltose. A Francoforte ha come allievo Henry Gontard, ma tra la madre Susette, molto ammirata per la sua bellezza, e Hölderlin sorge un’attrazione fatale. Susette diventa l’incarnazione di Diotima, la compagna di Iperione, il protagonista del romanzo che sta scrivendo. Compone odi, elegie, inni. La sua mente si muove da occidente a oriente, passa con repentini sbalzi dal presente ai tempi più remoti, fonde antichità e visioni future. Dopo essere stato internato nell’ospedale psichiatrico di Tubinga, vive il resto della sua vita nella torre sul Neckar, scrivendo brevi, rapide strofe. Si firma spesso con lo pseudonimo “Scardanelli” che, secondo un’interpretazione suggestiva, deriverebbe da “scartare”. Infatti si sentiva rifiutato, scartato perfino dalla sua famiglia. La morte arriva il 7 giugno 1843.
Gio Batta Bucciol (Oderzo 1940) ha insegnato letteratura tedesca all’Università di Verona. Ha scritto su Friedrich Schiller, Wilhelm von Humboldt, sulla lirica del Vormärz e le tematiche della Junges Deutschland. Per questa casa editrice ha curato e tradotto Angelus Silesius, Michael Donhauser e Heinrich Heine.